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Zondini…musica e fantasia

Zondini

“Fantasy, Sci-Fi & Compagnia Cantante”

Kingem Records

Un album pieno di canzoni da sfogliare

Fantasy, Sci-Fi & Compagnia Cantante: il nuovo disco di Zondini è un viaggio musicale tra memoria, disincanto e resistenza poetica. Dieci brani che raccontano una fuga dolceamara verso mondi interiori più veri di quelli reali.

Ascolta l’album in streaming

https://zondini.bandcamp.com/album/fantasy-sci-fi-compagnia-cantante

LEGGI L’INTERVISTA

1. Scrivi prima il testo o la melodia?
Arrivano insieme. O meglio: arrivano quando vogliono loro.

È come sintonizzarsi su una radio che prende male, tipo quelle che ascolti di notte guidando tra Cesena e il nulla, con le luci arancioni che sembrano uscite da una serie sci-fi degli anni ’80.

Mi ritrovo molto in quello che diceva Lou Reed: intercetti dei frammenti e devi essere abbastanza veloce da non perderli. Poi li metti insieme, come se stessi ricostruendo un robot biologico partendo da pezzi che non dovrebbero stare insieme.

A volte canticchio roba in macchina per giorni, altre volte parto da un testo. Ma raramente. Di solito c’è prima una specie di segnale. Se non arriva quello, non succede niente.

2. Ti capita di autocensurarti quando un’immagine è troppo fragile?
No. Però cerco di non sabotarla.

Le immagini fragili sono come certi episodi di Black Mirror: funzionano perché non ti spiegano tutto, ti lasciano addosso una sensazione che non sai bene dove piazzare.

Se inizi a chiarire troppo, diventa un manuale. E a quel punto non sono più interessanti.

3. La nostalgia nel tuo disco è rifugio o lente critica?
La nostalgia è una roba strana.

È un rifugio, sì, ma anche un dispositivo di analisi. Un po’ come in Blade Runner: guardi il passato per capire se quello che stai vivendo è reale o solo una versione editata dei ricordi.

E spesso scopri che non era così bello. O che lo era, ma per motivi completamente diversi da quelli che pensavi.

4. Quanto tempo lasci sedimentare una canzone prima di pubblicarla?
Non molto, ma abbastanza da capire se è viva.

Sono uno che si entusiasma subito: o mi prende allo stomaco o non mi dice niente. È una cosa un po’ binaria.

Il tempo serve a vedere se quella cosa continua a muoversi da sola, come un piccolo organismo. Se si spegne, era solo un riflesso.

5. Ti interessa essere compreso o preferisci lasciare ambiguità?
Essere compreso è sopravvalutato.

Se una canzone funziona, la gente ci entra dentro anche senza capire tutto. Anzi, spesso è meglio così. L’ambiguità non è un trucco intellettuale: è il posto dove succedono le cose vere.

6. C’è una frase del disco a cui sei particolarmente legato?
“Siamo tutti fantasmi di china.”

Mi piace perché sembra delicata, ma sotto è inquieta. È come una figura disegnata che potrebbe cancellarsi da un momento all’altro.

Un po’ come noi, in fondo: presenze temporanee che cercano di lasciare un segno prima di sparire.

7. Quando capisci che un brano è finito?
Quando smetto di volerlo migliorare e inizio ad avere paura di rovinarlo.