7corde

La tua musica… con una marcia in piu'

Da THE TOWN DOES NOT EXIST a tutta la sua vita, un tuffo nel mondo di Mario Iannuzziello

Con grande riconoscenza diamo il benvenuto a MARIO IANNUZZIELLO, artista poliedrico che sta spopolando nelle piattaforme musicali. Recentemente impegnato nella promozione del lavoro THE TOWN DOES NOT EXIST, pubblichiamo con estremo interesse l’intervista a MARIO IANNUZZIELLO, grati e onorati per il suo tempo e la cortesia riservataci! Affronteremo perciò aspetti musicali e di vita, MARIO IANNUZZIELLO ci racconterà con quelle che sono le collaborazioni, le esperienze, e i progetti futuri. Ma largo ai convenevoli, diamo un caloroso benvenuto a MARIO IANNUZZIELLO!

Com’è nata la tua passione per la musica?
La mia formazione è cominciata sotto la guida di Pierluigi Balducci e Guido Di Leone, ed è proseguita al Conservatorio di Matera e a Siena Jazz University, dove ho conseguito il Diploma di II livello nel 2022, fino al diploma in Composizione Jazz al Conservatorio Piccinni, conseguito di recente. Più che da un momento preciso, la passione è nata da una curiosità che non si è mai esaurita: ogni tappa del percorso mi ha mostrato che c’era altro da capire, sia sullo strumento sia nella scrittura. Oggi la musica è per me insieme esecuzione, composizione, ricerca e insegnamento, e non riuscirei a separare queste dimensioni.

Come descriveresti la nascita di THE TOWN DOES NOT EXIST?
Il disco nasce da un desiderio che coltivavo da anni: registrare a New York con musicisti che fanno parte di quella scena. L’incontro con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez è il risultato di quel desiderio, e la registrazione al Bunker Studio, con la produzione di John Davis, ha dato ulteriore significato all’esperienza. Ho cercato di catturare un momento reale, lasciando che la musica prendesse forma attraverso l’ascolto reciproco e il dialogo che rende unico il linguaggio del trio jazz. Il titolo, e il brano che apre il disco, vengono dalla poetica di Anne Sexton: non tanto da una corrispondenza letterale con i suoi versi di “The Starry Night”, quanto da un’immagine del cielo percepito come un immenso oceano capovolto.

Rispetto a End of May, raccontaci la strada che ti ha portato al lavoro in promozione.
End of May ha rappresentato l’inizio del mio percorso discografico da band-leader e, con la title-track, il manifesto della mia poetica. Da allora il progetto è cresciuto in direzioni diverse: da un lato la scrittura per archi con The Fool e il rapporto tra jazz e contrappunto classico con Ruhe, dall’altro la tesi Variations al Conservatorio di Bari e la collaborazione con Attilio Sepe e Maurizio Giammarco in Heritage Normand. The Town Does Not Exist arriva dopo questo lavoro e ne è, in un certo senso, il rovescio della medaglia: un trio essenziale, registrato in pochi giorni in uno studio di New York. Dopo anni di scrittura per organici ampi, volevo vedere cosa restasse della mia musica ridotta all’interplay di tre strumenti.

Quali sono le tue influenze artistiche e tecniche sul basso/contrabbasso?
Le mie influenze comprendono la tradizione jazzistica e le esperienze contemporanee e d’avanguardia. Tra i riferimenti più importanti ci sono le visioni di Taylor Eigsti e Aaron Parks: con il primo ho collaborato durante la fase di ricerca per un mio progetto di tesi, con il secondo mi sono confrontato dopo aver scritto l’arrangiamento per archi di The Fool, un suo brano tratto da Little Big. Per quanto riguarda lo strumento, i miei riferimenti sono Furio Di Castri, Harish Raghavan, Derrick Hodge, Joe Martin e Christopher Tordini. Sul piano della tecnica, resta per me imprescindibile l’incontro con il Maestro Franco Petracchi, pioniere della tecnica del contrabbasso e riconosciuto a livello mondiale.

Che ne pensi di bassisti di livello della scena italiana quali Faso, Federico Malaman, Marco Panascia, Dario Deidda?
Penso che siano musicisti di grande valore, che rappresentano modi diversi e tutti validi di intendere lo strumento. Faso, con cui ho avuto il privilegio di studiare anni fa, e Federico Malaman hanno costruito la loro identità su un’attenzione particolare al groove e alla tecnica. Marco Panascia e Dario Deidda sono due riferimenti importanti per il jazz italiano e internazionale. Credo sia un segno di salute per la scena italiana avere bassisti così riconoscibili, ciascuno con una voce propria, e ascoltarli è sempre stimolante anche per chi, come me, continua a nutrire una forte passione e la voglia di crescere tanto sul basso elettrico quanto sul contrabbasso.

Quali sono le tue collaborazioni musicali?
Nel nuovo album suono con Addison Frei al pianoforte e Diego Joaquin Ramirez alla batteria, con la produzione di John Davis. In precedenza ho collaborato con Attilio Sepe e Maurizio Giammarco in Heritage Normand, pubblicato da Wow Records. In The Fool hanno suonato Emanuele Filippi al pianoforte, Martina Barakoska alla batteria, Francesca Giordano alla voce e un quartetto d’archi composto da Federico Morbidelli, Giuseppe Corrente, Lucia Forzati e Roberta Pastore. Lavoro inoltre con una rete di musicisti con cui ho condiviso gli anni a Siena Jazz University, e questi rapporti continuano a essere un punto saldo della mia progettualità.

Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso le tue composizioni?
Come compositore cerco di esprimere me stesso attraverso il suono, in una sintesi tra l’interplay jazzistico e le suggestioni visive. Il mio progetto da band-leader nasce dall’urgenza di unire l’esecuzione a una narrazione musicale che attinga dalla cultura pop e cinematografica, come è accaduto nei lavori per i cortometraggi Myosis e Hotel Roma. In The Town Does Not Exist i temi sono il vuoto, l’incompletezza e il silenzio che precede la musica. Non cerco di spiegarli né, tantomeno, di attribuire alla mia musica un valore descrittivo: preferisco che chi ascolta possa ritrovare sé stesso nella mia musica in modo personale.

Qual è il tuo approccio e rapporto con gli standard e l’improvvisazione?
Gli standard rappresentano il repertorio comune da cui partire, il linguaggio condiviso che permette a musicisti che si incontrano per la prima volta di dialogare subito. Nel disco ci sono I Thought About You, Little Church, Blues on My Mind, I Fall in Love Too Easily e My Old Flame, riarrangiati con attenzione alle melodie e alle strutture armoniche. Le mie composizioni portano avanti il discorso, muovendosi tra tradizione e sensibilità contemporanea. L’improvvisazione è lo spazio in cui questo dialogo prende forma: nasce dall’ascolto reciproco per poi svilupparsi in altre direzioni, e per questo ogni take è diversa, come dimostrano le due alternate take incluse nell’album.

Cosa ne pensi della scena musicale italiana e internazionale?
La scena italiana ha musicisti di grande valore e una lunga tradizione jazzistica, ma non sempre dispone delle strutture e delle opportunità che permettono ai progetti originali di circolare. Quella internazionale, e New York in particolare, offre un contesto in cui il confronto quotidiano tra musicisti crea un livello di ascolto e di dialogo molto alto. Avendo studiato e lavorato in entrambi i contesti, credo che la dialettica tra le due realtà sia una risorsa. Il mio obiettivo è consolidare la mia presenza nei festival internazionali, mantenendo il legame con il lavoro che svolgo in Italia.

Oltre al lavoro in promozione quale altro lavoro ci consigli di ascoltare?
Consiglio di partire da End of May, in particolare dalla title-track, che rappresenta appieno la mia poetica. Poi The Fool, il singolo autoprodotto nato dalla riscrittura per trio e quartetto d’archi di un brano di Aaron Parks, e Ruhe, ispirato a un’incisione di Max Klinger e costruito tra jazz e scrittura contrappuntistica di matrice classica. Chi vuole ascoltarmi in un contesto di collaborazione può ascoltare Heritage Normand, con Attilio Sepe, Maurizio Giammarco, Guglielmo Santimone, Edoardo Liberati e Riccardo Marchese.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?
Il primo è portare questo disco dal vivo, nei festival e nei club, in Italia e all’estero, e consolidare il mio posto tra le nuove voci del jazz europeo. Mi piacerebbe tornare a suonare a New York con Addison e Diego dopo l’esperienza vissuta in studio. Continuo inoltre a lavorare sulla ricerca e sulla composizione per organici cameristici, e a trasmettere quello che ho imparato attraverso l’insegnamento. Vorrei poi poter suonare in un contesto apparentemente più lontano dal jazz, non per dimostrare qualcosa, ma per mettermi in discussione e attingere a nuove energie musicali