Straordinaria e interessante intervista oggi a Roberto Vallerignani , artista poliedrico che sta facendo incetta di consensi coi suoi lavori musicali. Recentemente impegnato nella promozione del lavoro “Ballarò”, leggiamo con senso di empatia l’intervista a Roberto Vallerignani , grati e onorati per il suo tempo e la cortesia riservataci! In punta di piedi ma con la curiosità di un bambino entriamo nella musica e nella vita, Roberto Vallerignani si confiderà con noi con quelle che sono le collaborazioni, le esperienze, e i progetti futuri. Tuffiamoci in questo mondo speciale e diamo un caloroso benvenuto a Roberto Vallerignani !
Com’è nata tua la passione per la musica?
Risale alla mia adolescenza. Iniziai con lezioni di chitarra classica ma mi appassionai subito alla musica rock. A 16 anni, con un mio amico di liceo fondammo i De Sade, gruppo molto vicino al progressive, genere parecchio in voga in quei tempi. Suonavamo Mike Oldfield, Talking Heads e diversi pezzi nostri.
Cosa significa e com’è nato il nome Roberto Vallerignani e il suo personaggio, il suo sound?
È il mio nome di battesimo. E non mi sento personaggio, anzi, dicono sia abbastanza orso e poco incline alla socialità. Mi piace molto scrivere (musica, sceneggiature teatrali e cinematografiche, romanzi) e, soprattutto, condividere idee su cui lavorare. Non è un caso che sia in uscita nel mese di ottobre una raccolta di racconti e poesie, Frame, per la casa editrice L’Arca di Noè e uno spettacolo teatrale dal titolo: Scrivere per non morire.
Per quanto riguarda il sound, a me piace spaziare. Vengo da un certo mondo, quello, come detto, del rock progressive, ma sono affascinato anche dal mondo dei cantautori storici. Il sound di Ballarò mischia le due passioni.
Prima l’uovo (il testo) o la gallina (la musica). Com’è stato il processo di creazione di “Ballarò”?
Generalmente parto dalla musica. Una volta intuite le melodie giuste tiro giù un testo e lo adatto. In questo caso mi ero fissato con l’idea del Mare e della contraddizione tra “culla di culture” e “tomba di creature”, su quello ho sviluppato tutto.
E com’è nato il suo videoclip?
Col videoclip volevo raccontare questo contrasto: una società che più volte si richiama alla cultura ellenico-romana ma che poi dimentica il clima di scambio reciproco tra diverse culture che ha permeato le nostre civiltà. Anche nei momenti di guerra.
Il Mediterraneo è lì da sempre, saremo noi a essere cambiati?
Poi, incuriosiva il contrasto tra chi ha tantissimo e chi non ha nulla.
È prevista l’uscita di un disco?
Sì. Uscirà il 23 ottobre e si intitolerà “Dell’amore e di altre inezie”. 10 tracce e una bonus track molto particolare.
In salita o in discesa. I percorsi artistici si sviluppano sempre tra mille peripezie, vuoi raccontarcele?
Io mi sono cancellato da ogni organizzazione che gestisce il diritto d’autore. La musica – ma l’arte in genere – deve essere fruibile e a disposizione di tutti. Vasco Rossi campa bene di suo, l’emergente non vive di diritto d’autore.
Per esempio, mentre lavoravo su Ballarò, immaginavo una versione in napoletano cantata da Luca “‘O Zulù” Persico, voce dei 99 Posse.
Quindi, per quanto mi riguarda, non è in salita, di più.
Vi posso raccontare un’esperienza cinematografica. Rimmel, un cortometraggio realizzato in piena pandemia, è stato uno dei più premiati in assoluto nei festival internazionali tra il 2021 e il 2022. Non siamo riusciti a trovare un distributore per il mercato italiano.
Quali sono i contenuti che vuoi trasmettere attraverso la tua arte?
Sinceramente? Mi viene un’idea, la studio, ne parlo con chi di dovere, ci lavoriamo e la produciamo. Il più delle volte senza fondi. Per tornare a Rimmel, lo abbiamo realizzato con meno di 2.000 euro. Tutto fatto fra amici professionisti solo per la voglia di farlo.
Senza pensare al mercato, alla vendita, ai diritti, al pubblico. Non mi sento così importante da dire: voglio trasmettere un messaggio.
Parliamo delle tue pregiate esperienze di pubblicazioni, live, concerti o concorsi? Cosa ne pensi della scena musicale italiana? E cosa cambieresti/miglioreresti?
Penso che oggi ancora qualcuno canta pezzi di Gianni Morandi o di De André di inizio carriera. Non so se fra cinquant’anni qualcuno ricorderà le canzoni di oggi.
So che se negli anni ’70 se avevi un’idea e/o qualcosa da dire riuscivi a farti ascoltare; oggi, se non entri in determinati meccanismi, non sei nessuno e non hai alcuna speranza. Un tempo l’autore proponeva l’idea, ora, un meccanismo oliato, in mano a pochi, decide tutto.
Oggi, nessuno finanzierebbe L’accattone di Pier Paolo Pasolini o Amarcord di Fellini, per non parlare di Guccini e co. “La canzone dei 12 mesi” o “La locomotiva” o “Amico Fragile” o “Non diventare grande mai” manderebbero nel panico il meraviglioso mondo delle radio commerciali. Dove la piazzi la pubblicità su un pezzo di 9 o 12 minuti? E che fai, tagli Amico Fragile dopo due minuti? Da denuncia.
Oltre al lavoro in promozione quale altro brano ci consigli di ascoltare?
Vabbè, per me, che sono l’oste, tutto è molto bello. Lo straniero, arrangiata da Michele Ascolese, storico chitarrista di De Andrè, ha un sound mediterraneo sublime e un testo tosto.
Mussola rosa, un altro brano molto intenso, l’ho pensata per Tiziano Ferro.
Maria, che parla della Maria più famosa della storia, la Madre per antonomasia, l’ho immaginata cantata da Fiorella Mannoia.
Padreterni di cera è stata immaginata come La canzone dell’amore perduto versione scanzonata.
Quali sono i tuoi programmi futuri?
Smettere di fare tutto. Ci lavori tanto, a partire dall’idea, nel coinvolgere persone, nel realizzarla. Poi, ti trovi sempre di fronte il muro granitico della commerciabilità.
Avete mai pensato che un editor editoriale di oggi, probabilmente non ha mai letto Steinbeck o Camus o Capote? Qualcuno che decide nell’industria discografica pensate conosca gli Yes o il Perigeo o Neil Young o Storia di un impiegato di De André? Eugenio Finardi ha fatto un disco che si intitolava Diesel, un capolavoro. Ci suonavano musicisti che giravano intorno agli Area, alla PFM, qualcuno di loro pensate l’abbia mai ascoltato?
E non si parla di gusti, si tratta di conoscenza. Senza di essa sei costretto a stringere sempre gli stessi bulloni, come faceva Chaplin in Tempi moderni.
